COMUNICATO STAMPA

ROBERTO STEPHENSON

"Haïti sans chapeau"

"Haiti senza cappello"

fotografie

Direzione degli Affari Culturali della Citta' di Parigi
Hôtel d'Albret 
31, rue des Francs-Bourgeois 75004 Paris 
tél : 01 42 76 84 00

dal Lunedi' al Venerdi' dalle 14:00 alle 18:00
entrata libera

Inaugurazione: Mercoledi' 26 Maggio 2004 dalle ore 18:00 alle 20:00

Commissari: Anne Lescot e Emmanuel Daydé

Organizzazione: Marie-Dominique Crabit

Ufficio Stampa: Florence Deluol 
tél : +0033/1 42 76 67 92 
florence.deluol@mairie-paris.fr

 

 

«Paese senza cappello, e' cosi' che chiamano l'aldila' in Haiti, perche' nessuno e' mai stato sepolto con il suo cappello».
Dany Laferrière

Nel quadro della manifestazione pluridisciplinare «Haïti en Seine»,organizzata dal Collectif 2004 images, un accento particolare viene messo sull'opera fotografica irradiante di Roberto Stephenson, Premiato dalla Comunita' Europea nei recenti "Incontri della Fotografia Africana di Bamako" nel 2003 e Medaglia d'Oro alla biennale d'Arte Contemporanea di Santo Domingo.
Nato a Roma nel 1964, di padre haitiano e madre italiana, Roberto Stephenson e' stato fotografo di architettura per dodici anni nella sua citta' natale fino a quando, nel 2000 si e' trasferito in Haiti. Durante i suoi anni italiani, ispirato dalle visioni poetiche sia di Giorgio de Chirico che di Gabriele Basilico, Roberto Stephenson, si è servito del bianco e nero all'infra-rosso, per catturare, fra le piazze e le strade deserte di Roma, Gibellina e Sabaudia, le ombre e le assenze di una visione metafisica luminescente. Usando il banco ottico, meticolosamente e delicatamente, fotografa come assentandosi dalle città silenziose di antico cemento, attraversate da arcate gloriose e da una umanità dileguata.

"Partire non vuol dire necessariamente che sei arrivato", dice un proverbio haitiano. Avendo deciso di lasciare l'Europa per vivere nei Caraibi, in quella Port-au-Prince che conosce poco e male, Roberto Stephenson è colto da vertigine. Ma immediatamente rifiuta il sensazionalismo associato a tutti i percorsi fotografici che esistono fino ad ora in Haiti, un esempio fra tutti la celebre serie di fotografie sulle cerimonie vodou di Cristina Garcia Rodero. Roberto Stephenson al contrario si dedica a cogliere la quotidianità di un paese naturalmente "senza cappello", sempre in sospeso tra sogno e realtà. "Il vudou qui è dappertutto" spiega, "molto di più che nelle cerimonie un po' kitsch, che sembrano destinate ai turisti." Dovendosi confrontare all'improvviso con la realtà haitiana, fra di mancanza d'acqua e di corrente elettrica, assenza di materiale e di laboratori professionali, ha dovuto rinunciare ad usare il banco ottico e scegliere le strane manipolazioni del computer. E cosi' i sognatori hanno invaso i suoi paesaggi urbani da "spaghetti western", tra divinità vudou e cow boys. Le sue strade haitiane multicolori, quasi sfuggite da un quadro primitivo di Saint Soleil, si popolano di passanti irreali, più grandi del naturale, trasparenti come ombre. Come un Frankenstein della strada haitiana, Roberto Stephenson assembla i corpi e i volti degli esseri viventi per trasformarli non in creature di sogno, come è d'uso in occidente dall'arte greca fino alla pubblicità, ma in zombi, quegli spiriti tornati dal regno dei morti, secondo la credenza popolare, per servire da schiavi.

I suoi ritratti inesistenti, realizzati in grandi formati quadrati, hano il calore di corpi, di pelli e di visi reali, ma non sono che creature della notte, ibride, crepuscolari, fatte di occhi e di bocche che non appartengono loro. Tra Haiti e l'Italia, tra voudou e metafisica, i ritratti e i paesaggi di Roberto Stephenson agiscono come rivelatori tuffati nella luce, come un vibrante elogio della follia.

Emmanuel Daydé